___________________________________________________________ATTESA

Attesa, 2008, fotografia digitale, cm 60 x 20

Lo scatto digitale di Angela Viola ricerca un certo equilibrio formale, cromatico e concettuale.
Sul piano cromatico, forse il più importante, domina la triade di rosso, bianco e nero: tre colori essenziali, già protagonisti di gran parte della sua ricerca, scelti per la loro efficacia minimale ed evocativa.
Per l’artista si tratta di tre toni cruciali anche perché dotati di una particolare valenza nella simbologia religiosa, a conferma dei suoi interessi per la simbologia storico-spirituale, occidentale e orientale.
Tre colori che nell’opera giocano molto ad alternare le campiture piatte dello sfondo e degli oggetti, muovendosi nella direzione neoplastica di Mondrian verso la ricerca di un’assoluta nitidezza e purezza plastica.
A livello formale, le due immagini accostate a dittico - scattate indipendentemente l’una dall’altra
si affiancano con armonia a creare una composizione essenziale e potente, che gioca sulla differenza di forme ma anche su una certa correttezza di distribuzione delle masse. Parte destra e parte sinistra del lavoro si cedono il passo, lasciando lo sfondo protagonista e gli oggetti ad alternarsi.
Nell’opera Angela costruisce una breve sequenza narrativa che rimane irrisolta: una mano femminile (in realtà quella di una statua di marmo) è colta nell’attimo prima di arrivare a un interruttore, forse per premerlo e dare vita a qualcosa, forse no.
L’immobilità data dalla freddezza della mano marmorea e dalla fissità degli sfondi crea un’atmosfera sospesa e rarefatta, vagamente inquietante.
L’effetto complessivo è quello una sorta di intimità violata, di attimo rubato alla storia personale del singolo. Come la voglia di non concedersi all’obiettivo per non sciupare un momento apparentemente quotidiano, in realtà allucinato e potenzialmente destabilizzante.


Barbara Meneghel

 

 

___________________________________HAPPY FAMILY



Happy Family, 2011, installazione, cm 78 x 78

L’opera di Angela Viola percorre i sentieri dell’affettività e della memoria. Per far ciò, si serve di individui, di entità fluttuanti che cercano un’ adeguata collocazione nelle menti e nelle parole di chi li guarda, servendosi di brevi storie che raccontano di loro, del loro vissuto.
Questo fine è tradotto dall’artista Angela Viola nella serie intitolata Happy family, la quale ci mette di fronte a sagome di soggetti, riconoscibili solo attraverso la cornice dei loro capelli e mancanti di un volto. Straniante come effetto, ci induce al dubbio di cosa mai possano voler raccontare degli individui provati dei loro tratti somatici.
Ebbene, la volontà dell’artista non si riassume nell’individuarne pregi o difetti, nome o cognome ma, al contrario, nel  lasciare a noi l’onere di appassionarcene ed immaginandone una possibile identità.
Assenza come unico elemento fornitoci, solo ed unico in grado di attivare in noi una memoria storica ed affettiva. Un meccanismo a ritroso, stimolante ed illuminante per chi si appresta a soffermarsi all’opera in questione, proprio perché in grado di aprire la nostra mente a molteplici interpretazioni.
La scelta di racchiudere queste identità sotto l’appellativo di Happy Family, fa riferimento a lontani  ricordi, conservati gelosamente sottoforma di album di famiglia,  di suoni, odori, sensazioni del nostro passato, ancor vive nel nostro presente.
L’installazione imponente diviene ora chimera all’interno della quale, trovare piccoli oggetti in miniatura, aiuta a definire meglio la vita e la storia dei soggetti rappresentati.
Una famiglia felice, quella che troviamo nelle foto in ordine sparso sulle pareti delle nostre case, nei toni del bianco e nero; le foto di coloro che appartengono al nostro passato ma dei quali, però, non ricordiamo più il nome…”. Questa chiara e lucida interpretazione dell’artista permette di approcciarci al suo lavoro attraverso un sentimento nostalgico ma mai eccessivamente triste o risentito; al contrario, esso, si propone di indagare tra le trame del nostro passato. E persino valutando l’ipotesi dell’esistenza di un’azione catartica, si giunge finalmente alla risoluzione dell’enigma affidatoci dall’artista.  Essa ci rende partecipi dei suoi più profondi stati emotivi traendone solo in un secondo momento giovamento come se, liberarsi di questo fardello, l’aiutasse  a superare  antiche conflittualità o incertezze.
L’intera sua produzione si inserisce all’interno di un discorso temporale, che vede nella tematiche proprie degli anni ’90, la sua giusta collocazione. L’estetica del ricordo, insieme al tema della memoria, dell’affettività e della famiglia rende, Angela Viola, testimone inconsapevole di un importante tracciato della storia dell’arte che, seppur distante cronologicamente, risulta essere ancora vivo nella pratica artistica contemporanea.

Martina Colajanni

 

 

____________________MA(TA)SSE



Ma(ta)sse, 2010, penna su carta, cm 17 x 24

Nella serie Ma(ta)sse, Angela Viola rappresenta l’archetipo del femminile come “contenitore che protegge”.
La tecnica utilizzata dalla Viola è essenziale: disegni a penna calligrafica su carta.
Figure femminili vengono rapportate a un filo rosso che si attorciglia al corpo creando delle matasse che formano una sorta di bozzolo in cui ci si possa rigenerare come in una nuova nascita.
In altri lavori Angela Viola indaga le questioni legate alla memoria, recuperando fotografie d’epoca dalle quali estrapola la sola capigliatura dei soggetti, disegnata su piccoli fogli poi organizzati in installazioni che risultano come assemblaggi di identità recuperate dall’oblio del tempo.

Andrea La Carpia